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PERCHE` APERTURE?
di Enrico Castelli Gattinara
Questa rivista nasce da un bisogno: quello di discutere liberamente e a più voci sui problemi più importanti delle diverse forme dei saperi, sui loro incroci e sui loro attori. Nasce anche da una convinzione: che una concezione globale e assoluta del sapere del mondo urta inevitabilmente contro l'irriducibile molteplicità reale dei punti di vista. Nasce infine da una considerazione banale: che prima di pensare a come risolverli, è importante e urgente saper indicare e fissare bene i problemi, perché è da questi che dipende la vitalità di una cultura. Soprattutto perché i problemi non soggiacciono alla proprietà esclusiva di questo o quell'altro dominio culturale.

Il metodo con il quale, fin dall'inizio, si è costituito il gruppo di APERTURE e in base al quale le persone coinvolte hanno impostato il lavoro, è basato innanzitutto sull'esigenza di superare le barriere costituite dagli ambiti disciplinari. Apporti provenienti da saperi all'apparenza lontani possono infatti non solo confrontarsi, ma soprattutto offrire reciproche occasioni di arricchimento: questa è l'esperienza a partire dalla quale si è riunita la redazione.

I temi che verranno proposti di volta in volta si situeranno quindi all'incrocio di prospettive teoriche, culturali e disciplinari anche molto diverse fra loro. Saranno temi tratti sempre da un problema relativo allo stato attuale del sapere nei suoi rapporti con le varie forme del potere, nelle sue connessioni interne ed esterne, nelle sue relazioni con l'esperienza quotidiana della vita, nelle sue implicazioni innovative e nelle sue utilizzazioni qualunque. Non si tratta quindi di scegliere un'ambito specifico della cultura su cui specializzarsi, ma di mantenersi attenti ai problemi d'intersezioni sui quali ogni persona è, nel bene o nel male, sempre costretta a interrogarsi. Sono problemi che ognuno di noi si è posto, nella vita di tutti i giorni o nella propria professione intellettuale, senza aver avuto la possibilità di esprimerli con chiarezza e discuterli anche nella loro generalità. Sono, perché no, le difficoltà incontrate nell'elaborazione di un lavoro, lo stupore aperto da una connessione insospettata, la suggestione proveniente da un ambito del tutto estraneo, il dubbio che non si riesce a formulare con chiarezza perché esula dal proprio campo disciplinare pur influenzandone in qualche modo gli orientamenti e il lavoro.
L'ambizione non è quella di proporre nuove idee, ma di creare in qualche modo la premessa per nuovi orizzonti. Dal momento che le idee nascono dai problemi che sono chiamate ad affrontare e qualche volta risolvere, APERTURE si propone innanzitutto di cominciare dall'inizio, quindi di ritrovare i problemi, di indicarli, di smascherarli e farli reagire fra loro. Il suo intento è anche quello di aprire in tal modo la strada alla loro proliferazione, rendendo più dinamico e soprattutto più aperto il confronto fra i saperi, le loro forme, i loro attori e i loro fruitori.

Per questo APERTURE si propone di indicare, di volta in volta, un'area problematica sulla quale far discutere il maggior numero possibile di orientamenti disciplinari. Ogni numero della rivista - che sarà monotematico - diventerà il luogo aperto delle contaminazioni possibili.

Ogni tema proposto sarà il risultato di una discussione interna alla redazione, arricchita dai contributi dei numeri precedenti che verranno accostati e fatti reagire fra loro. Sui diversi temi verranno infatti invitate a pronunciarsi voci molto eterogenee, con la sola condizione di proporre il proprio punto di vista in modo problematico, illustrando più le questioni aperte che le soluzioni già accreditate. La volontà è naturalmente quella di permettere una sempre maggiore proliferazione di problemi e prospettive, data dalla vicinanza di contributi così diversi. La redazione utilizzerà poi questo materiale per le proprie discussioni interne volte alla scelta dei temi che, emergendone, verranno proposti nei numeri successivi. In questo modo l'accostamento dei diversi punti di vista realizzato su un problema farà emergere nuove questioni, alcune delle quali diventeranno i temi prescelti, così da creare nella successione dei numeri una sorta di discussione costantemente aperta.

Vogliamo così inaugurare un laboratorio in cui le idee entrano in scena per mettersi in discussione e mostrare le proprie valenze problematiche. Una volta emerso un nuovo tema, il laboratorio redazionale lo proporrà al laboratorio più esteso rappresentato dagli interventi presenti nella rivista (la scelta dei collaboratori obbedirà al criterio della massima proliferazione dei punti di vista), costringendo in un certo senso ognuno a uscire dalla propria specializzazione per affacciarsi a un contesto più aperto. Ci proponiamo infatti di sperimentare un contesto in cui i diversi saperi si trovino a rappresentarsi senza la difesa dell'omogeneità disciplinare, dove la molteplicità degli approcci possibili allo stesso tema sia già in sé critica al sapere protetto (e ristretto) delle nicchie accademiche, un luogo in cui la contiguità della diversità possa contaminare il pensiero dell'autore e del lettore.

APERTURE non vuole essere quindi il momento della riorganizzazione di una cultura o di un sapere, ma la sua premessa: è l'abbandono dei confini nel loro essere invalicabili. Ciò che accadrà non può essere previsto e preordinato in modo definitivo: può però venire scelto. E' questa la premessa dello stupore (quello stupore che è considerato anche l'origine del pensiero e della filosofia). Intendiamo riaprire la possibilità intellettuale dello stupore e della scelta. L'aperto è uno spazio virtuale dove il possibile può di volta in volta assumere delle forme e articolarsi in attitudini impreviste. In psicologia è un comportamento, una forma mentale, un carattere che indica la capacità di muoversi accogliendo il mondo, capaci di modificarsi secondo la sua molteplice realtà. Ma l'apertura non è solo una nota di carattere, perché il valore di una disposizione consiste prevalentemente nel suo esercizio attivo, nella sua "prassi". Quando si "apre" un dibattito, un confronto o addirittura un conflitto tutto è ancora possibile. L'apertura è anche una disposizione politica, una delle forme del potere. Essere aperti a tutto non vuol dire essere d'accordo con tutto o ammettere tutto, ma piuttosto mantener vigile il senso critico e provare a superare i limiti che necessariamente s'impongono in ogni presa di posizione.

Si tratta di un'esigenza sempre più diffusa. I saperi infatti, di fronte alla crescente complessità della loro articolazione e al proliferare di settori di sub-specializzazione, determinano un processo di progressiva estraneazione al loro stesso interno, fra gli stessi specialisti che dovrebbero occuparsi di cose simili e verificano invece un crescente isolamento. E' possibile che molti intellettuali obbediscano, in ciò, a esigenze di tipo accademico, e quindi alla sostanziale imposizione di uno specialismo, prima che a esigenze conoscitive. E' anche vero però che una nuova consapevolezza è ineludibile: in moltissimi ambiti del sapere i momenti di arricchimento e i contributi più illuminanti vengono da contesti imprevedibili, da realtà non codificate, da soggetti privi di titoli specifici.

Dalla sociologia alla scienza politica, dall'economia alle comunicazioni, dall'urbanistica alle arti visive, le ricerche di punta sono spesso costrette a privilegiare sempre più lo studio paziente dei "campi", i reportages e le testimonianze dei soggetti direttamente coinvolti, la navigazione orizzontale, irregolare e attenta alla rete, la disponibilità all'ascolto. Al di fuori di questo sapere disordinato, "aperto" e dalla provenienza largamente imprevedibile, non c'è soltanto lo specialismo monodirezionale, ma, più visibile e più pericolosa, la legge, tanto pervasiva da essere ormai definita "unica", secondo la quale i modelli possono essere imposti alle funzioni desideranti, il "basic english" alle lingue del mondo e l'"international style" di design/arte/moda/pubblicità alle espressioni molteplici; in una parola, la cultura di massa.

All'assedio della cultura di massa e del pensiero unico non si risponde con l'isolamento, ma con l'apertura, che potrebbe non essere soltanto apertura reciproca fra discipline, ma appunto apertura a saperi posseduti da soggetti non riconoscibili o immediatamente identificabili come "intellettuali" o persino come "soggetti-individui". La modellazione delle azioni e dei desideri sulle esigenze del mercato appare vincente su scala planetaria nelle sue modalità stereotipate e autoritarie, e non fa i conti con l'irriducibilità dei comportamenti qualunque, con la convivenza, con le differenze.

Aprirsi a un'attenzione attiva e partecipata, dopo aver rinunciato all'autoconfinamento disciplinare, è l'intento di chi fa questa rivista. Su queste basi pensiamo di cominciare un lavoro che non resterà fine a se stesso, ma fornirà gli spunti per nuove ricerche, nuove riflessioni e nuove problematizzazioni.
 
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